• Gabriele Magagnini

LELJ SUL CONCERTO DEL VIOLINISTA SASHA PARKER AL CENTRO MONDIALE DELLA POESIA

"Entra sul palco; molto alto, magrissimo, i capelli raccolti in un codino dietro la nuca, viso serio, aristocratico, pallido, con un profilo perfetto, lo sguardo timido, quasi impacciato. Le sue mani sembrano chiedere aiuto all’archetto e al violino lucente.

C’è un silenzio assoluto, il pubblico con il fiato sospeso, attende che quell’arcana presenza cominci a suonare. Ed ecco lui risponde all’attesa; si trasfigura, appoggia il mento al violino e vibra, in aria, l’archetto che poi poggia, risoluto, sulle corde protese.

Non è più quel ragazzo smarrito, di pochi minuti prima, ma un giovane dio sicuro e altero.

I temi dello spartito del “Concerto N. 5 di Vieuxtemps” si susseguono ora sommessi ora violenti, confortati ed evidenziati da mani prodigiose che piegano lo strumento, lo dominano, lo comandano, lo accendono. Le note salgono, s’inseguono, si assottigliano per quasi sparire nel pianissimo, e poi ritornare con un ritmo forsennato che attanaglia il cuore di chi ascolta.

Lo spettatore, di quel prodigio, si sente trasportato in un’area senza tempo dove esiste solo

armonia e bellezza, area dominata di un esecutore che non interpreta, ma vive lo spartito

diventando, egli stesso, musica nel gesto e nell’espressione.

Quando l’incanto finisce, dopo qualche attimo di silenzio smarrito, scoppia un applauso che ha il fragore di un tuono, a cui risponde confuso, quasi imbarazzato, l’inchino di un ragazzo che sembra non rendersi conto di quello che ha creato e suscitato; si piega in avanti una e più, più volte, acclamato e amato da un pubblico che è conscio di aver assistito a un evento realizzato da parte di un giovane, di soli diciassette anni, dimostrazione che l’assoluto, grande, innato, talento non ha età".



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